Attacchi di panico: il sintomo che parla per liberare la tua anima
Il corpo come spazio di espressione di verità rifiutate: dove la nostra vita ha bisogno di più aria?

Capita a molti di noi: il cuore accelera, il respiro si fa corto, sembra mancare l’aria, e la testa si riempie di pensieri che si rincorrono. Sono fatti, mi direte voi, e vanno risolti. E avete ragione, l’attacco di panico è un’esperienza molto forte, a volte terrorizzante e disorientante.
Arriva senza chiedere permesso, e vogliamo solo che vada via. Eppure, più cerchiamo di soffocarlo, più sembra crescere.
Cosa fare?
La psicoterapia cognitivo comportamentale e le linee guida internazionali lavorano sul funzionamento del panico:
- Comprendere il meccanismo dell'attacco di panico
- Riconoscere e mettere in discussione le interpretazioni catastrofiche delle sensazioni corporee
- Ridurre gli evitamenti e affrontare gradualmente le situazioni temute
- Eliminare l’associazione tra sensazioni corporee e l’emozione di paura connessa
- Inserire esercizi di respirazione e meditazione per prevenire le ricadute
Siamo nel piano della realtà materiale, quello visibile, oggettivo, lo stesso che la fisica quantistica ad oggi ci dice essere il 4% del totale. Il piano dei sintomi e della mente egoica.
Ma possiamo porci anche un'altra domanda.
E se, oltre a comprendere come nasce il sintomo, provassimo ad ascoltare ciò che quell'esperienza può rappresentare per noi?
Qui entriamo in un altro piano: quello soggettivo, fatto di significati, bisogni, desideri e conflitti che non sempre arrivano immediatamente alla nostra coscienza.
Non significa che ogni attacco di panico abbia un messaggio nascosto ma per alcune persone può essere utile chiedersi:
Dove, nella mia vita, sento mancare l'aria?

Storia clinica di Marco
Marco è un ragazzo di 23 anni con un suo lavoro stabile ed una sua indipendenza economica. Vive con la mamma e molto vicino al papà e di loro si occupa costantemente girando come una trottola per fare tutto ciò di cui hanno bisogno. Loro chiedevano, lui eseguiva. Aveva circa 3-4 attacchi di panico al giorno con derealizzazione e depersonalizzazione.
Abbiamo lavorato in primis sul meccanismo del panico per ridurre la sofferenza.
1) Marco ha imparato che le sensazioni corporee dell'attacco — tachicardia, respiro accelerato, confusione, vertigini — non sono di per sé pericolose. Sono manifestazioni del normale sistema di allerta dell'organismo.
2) Il problema nasce quando la mente interpreta quelle sensazioni come segnali di una catastrofe imminente: "Sto per morire." "Sto per impazzire." "Perderò il controllo."
La paura aumenta le sensazioni, le sensazioni aumentano la paura e il circuito si autoalimenta. Quando Marco ha compreso questo meccanismo, ha iniziato a guardare diversamente ciò che gli accadeva.
Ha scritto su un piccolo foglio:
Se arriva un attacco non sto morendo e non sto impazzendo. Il mio sistema di allerta si è attivato. Le sensazioni sono intense, ma posso lasciarle passare senza combatterle. Non devo calmarmi immediatamente. Posso respirare lasciando che il respiro trovi gradualmente il suo ritmo.
3) Con i primi miglioramenti ha ricominciato ad affrontare ciò che aveva iniziato a evitare: il cinema, i viaggi lunghi in macchina, le situazioni dalle quali temeva di non poter uscire.
4) Abbiamo inoltre utilizzato l'esposizione alle sensazioni corporee, attraverso esercizi che riproducevano in modo controllato alcune delle sensazioni temute. Qui Marco ha potuto sperimentare direttamente una cosa fondamentale: una sensazione intensa non equivale a un pericolo.
5) La respirazione e la meditazione hanno aiutato Marco ad abbassare ulteriormente la sua allerta cronica.
In circa 10 sedute Marco ha ridotto i suoi AP fino non averne più. A quel punto abbiamo potuto porci una domanda diversa:
Se il sintomo non deve più essere combattuto, possiamo ascoltare il messaggio che portava con sé?
Quale informazione la sua anima voleva che passasse dal piano inconscio al piano cosciente?
In dialogo con l’anima
Marco e la sua ferita del non sentirsi abbastanza che aveva preso la maschera della paura del rifiuto.
Per anni Marco aveva imparato a dire sì.
Sì alla madre.
Sì al padre.
Sì ad amici e colleghi
Sì alla compagna.
Il suo valore sembrava dipendere dalla sua capacità di essere utile, disponibile, impeccabile.
Abbiamo allora ricostruito un dialogo tra la sua mente e quella che lui sentiva come la voce della propria anima.
La mente: "Se dico di no, mia madre si arrabbierà. Penserà che sono un figlio egoista, me la farebbe pesare e si allontanerebbe. Non riceverei più il suo amore"
L'anima: "E se provassi a chiederti che cosa vuoi tu?"
La mente: "Ho paura di deluderla."
L'anima: "E tu? Ti stai deludendo?"
Quelle domande hanno aperto uno spazio nuovo.
Marco ha iniziato a osservare quanto spesso rinunciasse ai propri bisogni per evitare di deludere gli altri e rischiare un possibile rifiuto.
La mente: “Mi sento arrabbiato, non abbastanza, come uno che si deve comprare l’amore”
L’anima: “Si, questo è quello a cui hai imparato a credere comportandoti così. Guarda cosa succede: lei è felice se le dici si, tu ti senti ancora una volta non visto, non capito, abbandonato. Sacrifichi te stesso sperando che lei ti veda e ti ami, ma poi non ti senti amato comunque. E finché nasconderai parti di te, come i tuoi veri bisogni, non ti sentirai amato. Amano la maschera che indossi, e non possono fare altrimenti finché tu non dai loro l’opportunità di vederti intero, pregi e difetti, bisogni e umori scomodi. Se vuoi dire di no perchè non ti va, fallo. Se sei arrabbiato, sii arrabbiato nel cuore e nei comportamenti, con coerenza. Le emozioni hanno la funzione di esprimere dei messaggi a noi e agli altri e la rabbia ci dice che i nostri confini non sono stati rispettati. Ma sei tu il primo che non li rispetta, come puoi pretendere che lo facciano gli altri?
Non si trattava di diventare egoista ma di imparare a mettere dei confini.
La prima prova è arrivata con una richiesta della madre: accompagnarla in Toscana.
Marco non voleva andare.
Per la prima volta ha provato a dire semplicemente:
"Questa volta no."
La madre gli ha risposto:
"Va bene."
Nessun rifiuto.
Nessun abbandono.
Nessuna catastrofe.
Solo un'esperienza nuova.
Da quel momento Marco ha iniziato a mettere alla prova, una dopo l'altra, le convinzioni che fino ad allora aveva dato per certe.
Ha detto altri no.
Ai genitori. Agli amici. Al lavoro.
E ha iniziato a recuperare uno spazio che per anni aveva ceduto agli altri.
La paura del rifiuto non è scomparsa magicamente. Ma Marco ha scoperto qualcosa di più importante: poteva sopportarla senza tornare a rinunciare a se stesso.
E se il panico fosse servito a Marco per tornare a se stesso?
Non possiamo dire che l'attacco di panico abbia un significato spirituale universale.
Possiamo però scegliere di ascoltare ciò che accade nella nostra esperienza. Come ha fatto Marco.
A volte, dietro la paura di perdere il controllo, può esserci il bisogno di riprendere il controllo della propria vita.
Dietro il desiderio disperato di respirare può esserci la sensazione di avere troppo poco spazio di respiro.
Dietro il terrore di non riuscire a uscire da una situazione può esserci una parte di noi che da tempo desidera cambiare direzione.
Non è una diagnosi.
È una domanda.
E forse è proprio qui che psicoterapia e spiritualità possono incontrarsi: la psicoterapia ci aiuta a comprendere il meccanismo della sofferenza; la spiritualità può portarci al significato che quella sofferenza assume nella nostra vita, alle ferite più profonde della nostra anima. Solo così potremo dare loro pace.
Un esercizio per te 🙂
Scrittura meditativa: in uno spazio/tempo indisturbati, scrivi per almeno 30 minuti senza fermare mai la penna: scrivi qualunque cosa passi per la mente senza correggerla. Il tempo e la modalità saranno importanti per ridurre il rumore e lasciare che i messaggi della tua anima arrivino. Se non oggi, con i tuoi tempi, nei sogni, nei giorni successivi.
Chiediti:
Dove nella mia vita sento mancare l'aria?
Dove sto dicendo sì quando vorrei dire no?
Quale parte di me sto mettendo a tacere per sentirmi accettato?
Che cosa desidererei fare se non avessi paura di essere rifiutato, se fossi abbastanza esattamente come sono ora?
Mente, anima, spirito. Forse siamo tutto questo e forse anche di più.🙂
Con affetto e cura,
Ilenia